La candidatura di Monti

Con la proposta di candidatura a Monti Berlusconi ha sparigliato, ha fatto la mossa scacchista del cavallo. C’è anche questo dietro il risentimento stizzito di D’Alema, che nasconde la sua indignazione dietro l’ergersi a paternalistico nume della collettività: “Quale impressione potrebbe fare ai cittadini italiani il fatto che il capo del governo si candidi contro la principale forza che lo sostiene…ambiguità che rischiano di alimentare confusione e qualunquismo”. I cittadini veramente quello che non capiscono è altro. E’ l’appellarsi al cavillismo legal-costituzionale (Della Loggia dà man forte) sulla incandidabilità di un senatore a vita. L’apparato ordinamentale dovrebbe essere per i cittadini, non contro di essi. Se un determinato quadro storico-politico esige, per il bene comune e del paese, una data persona che possiede le idee e le capacità più consone alla risoluzione dei problemi sul tappeto, non si capisce fino in fondo perché quella persona non possa democraticamente candidarsi. D’Alema e Della Loggia, in questo caso, appaiono dignitari della corte di Bisanzio, intenti a spaccare in quattro il capello dei codici per decidere se in un dato frangente (mentre Sagunto viene espugnata) quella data carica possa essere appannaggio del protospatario o dello spatarocandidato, piuttosto che del logoteta. Quello che Berlusconi rappresentava era l’originalità di visioni e metodi di un uomo non di apparato (tratti a dire il vero comuni anche a Monti) che mirava al problema, anteponendolo all’architettura che poteva bloccarne la risoluzione. Il come finì appartiene ormai alla storia.